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Cultura

Achille Varzi inaugura il Museo della Voce Soppressa con il primo esemplare di «woke» imbalsamato

Il direttore della Treccani apre un museo dedicato alle parole cancellate dal vocabolario. Il primo reperto esposto è la voce «woke», imbalsamata e collocata in una teca climatizzata. L'iniziativa ha già attirato delegazioni di linguisti da tutto il mondo.

Lalupa

Il professor Achille Varzi ha inaugurato questa mattina il Museo della Voce Soppressa, un edificio di tre piani annesso alla sede della Treccani, interamente dedicato alle parole espulse dal vocabolario. Il primo reperto esposto è la voce «woke», imbalsamata secondo il protocollo conservativo dell'istituto e collocata in una teca di vetro climatizzata a 18 gradi e umidità controllata.

«Abbiamo dovuto costruire un reparto di tassidermia linguistica perché nessun esemplare di questa parola era sopravvissuto in natura», ha dichiarato Varzi durante il taglio del nastro, davanti a una folla di lessicografi giunti da dodici paesi. «Il nostro ultimo avvistamento risale al 9 giugno 2020, quando un esemplare si è inginocchiato in Aula per poi non rialzarsi più. Da allora, solo esemplari imbalsamati.»

Il museo ospita già una sala dedicata alle parole in via di estinzione, con cartellini rossi che indicano il grado di minaccia. Il personale dell'istituto ha avviato un programma di riproduzione assistita per i termini più a rischio, tra cui «decadenza», «garbo» e «meridiana». Ogni mattina alle sette, un gruppo di ricercatori conduce i vocaboli sopravvissuti in un recinto esterno per l'esercizio quotidiano di pronuncia.

La prossima settimana il museo aprirà una sezione dedicata alle parole che hanno tentato di rientrare nel vocabolario attraverso l'uso popolare. «Le respingiamo con un protocollo di quarantena di dieci anni», ha precisato Varzi. «Poi valutiamo se meritano una seconda possibilità o se finiscono in teca come le altre.»

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